I manager del mondo della moda hanno anticipato di anni quello che sta succedendo in tutti gli altri settori. Sin dall’inizio, erano la personificazione di quello che raccontavano. Hanno avuto da sempre un linguaggio molto social e il loro linguaggio sta diventando sempre più inclusivo.
La comunicazione sui social non è solo efficace, ma necessaria. Ci rendiamo conto, anche dai media, come la società sta cambiando in modo accerchiante, per cui questi manager devono essere una voce sincronizzata alla società e a questi cambiamenti.
Per quanto alcuni manager della moda – anche tra i più rilevanti – siano assenti dalle piattaforme social, questi continuano ad avere una presenza indiretta e implicita. Quando si ha una certa immagine, si dicono e si fanno delle cose, infatti, si viene discussi, si è presenti pur senza esserci in prima persona. Quindi sono due i livelli sostanziali e, sia nel primo che nel secondo, i manager della moda ci sono. Ma innescare il secondo livello è molto difficile, perché sono gli altri a dover parlare di te e lo devono fare in modo giusto.
Da un certo punto di vista, la struttura dei social ha portato a una democratizzazione della moda. I social network hanno disintermediato anche la vendita e la loro continua crescita mette a rischio la fisicità dei brand, i negozi come li conosciamo noi.
Sarebbe auspicabile che il linguaggio della moda sui social diventi più valoriale, ma, senza una cabina di regia, si rischia di cadere in una sorta di ‘populismo fashion’. Anche in politica sta accadendo una cosa simile: si sta assistendo alla frammentazione, a una polverizzazione di questa visione, che porta a un impoverimento argomentativo.
Ne ho parlato con Annalisa Colavito nel corso del programma Dresscode su Radio Cusano Campus:
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